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martedì, 28 marzo 2006

Il crollo del fascismo ed il macello della seconda guerra mondiale imperialista aprirono un periodo rivoluzionario prolungato che durò fino al 1948. Per spezzare il filo della tradizione comunista, la storiografia ufficiale presenta le lotte della Resistenza come patriottiche o, al più, solamente antifasciste, nascondendo o minimizzando il loro carattere operaio e rivoluzionario. Per cosa lottarono lavoratori e partigiani? Quale ruolo ebbe il Pci ed il suo massimo dirigente Togliatti? Perché la Resistenza non sfociò in una rivoluzione socialista?

L’Internazionale comunista e i Fronti popolari

Nell’agosto 1943 l’Office of Strategic Services (Oss), antenato della CIA, così caratterizzava il Pci: “La nuova linea seguita dai leaders comunisti italiani negli Stati Uniti mostra l’opportunismo che ha caratterizzato sin dal 1935 le direttive di Mosca ai suoi seguaci, in contrasto alla qualità categorica del programma rivoluzionario di 25 anni fa, quando una situazione come quella italiana avrebbe indotto all’installazione dei soviet e alla ricostruzione della società su basi marxiste. Adesso, nella nuova visione comunista, la struttura esistente della società deve essere mantenuta1

Questa linea non cadeva dal cielo, ma rifletteva quella che era stata la svolta impressa da Stalin alla politica dell’Internazionale comunista (Ic) lungo gli anni ’30 e sancita in particolare dal VII congresso del 1935. In tale congresso veniva sistematizzata la svolta dei “Fronti popolari”, che imponeva ai partiti comunisti l’alleanza con la “borghesia democratica” (e su scala internazionale la ricerca dell’accordo con Francia e Gran Bretagna) in nome della lotta contro il fascismo e la guerra. La svolta verso il Fronte popolare coincise con la fase della definitiva stalinizzazione dei partiti comunisti nel mondo e con l’avvio dello sterminio di migliaia di militanti e quadri comunisti all’interno dell’Urss, con le “purghe” e i processi di Mosca.

La politica del Fronte popolare fece le sue prime prove in Francia e in Spagna negli anni 1936-39. In entrambi i casi essa portò a sconfitte drammatiche della classe operaia e della lotta antifascista; in Spagna in particolare il Pce e l’apparato internazionale messo in piedi dall’Urss e dall’Ic stalinizzata furono strumenti decisivi nella sanguinosa repressione di ogni spinta rivoluzionaria, come testimonia l’episodio decisivo dell’insurrezione di Barcellona nel maggio del 1937. In Francia seppure lo scontro non arrivò alla guerra civile aperta come in Spagna, il governo di Fronte popolare capeggiato dai socialisti e con l’appoggio esterno del Pcf deluse rapidamente la classe operaia che lo aveva mandato al potere portando nel giro di due anni a una nuova svolta a destra. Così nel giro di pochi anni la politica dettata da Stalin al VII congresso aveva ottenuto i risultati opposti a quelli indicati: il fascismo trionfava anche in Spagna, la Francia e la Gran Bretagna voltavano le spalle all’Urss tentando di accordarsi con Hitler e quella guerra che Stalin pensava di scongiurare diventava ormai inevitabile.

Il Pci, tuttavia, venne toccato solo molto parzialmente da questi sviluppi; se il gruppo dirigente, Togliatti in primo luogo, venne completamente coinvolto nella stalinizzazione, il grosso dei quadri militava nella clandestinità, nelle carceri o al confino e solo frammentariamente era messo al corrente degli sviluppi internazionali. I primi, maldestri tentativi di applicare la politica del Fronte popolare in Italia (con il famoso appello ai Fratelli in camicia nera redatto da Grieco nell’agosto 1936, che invitava le “forze sane del fascismo” ad organizzarsi in un fronte nazionale anti-hitleriano!) non avevano ovviamente avuto grande eco, e la vera prova venne con l’avvicinarsi della caduta del regime.

Fu quindi a partire dalla fine del 1942 che la politica del fronte popolare approdò effettivamente in Italia, concretizzandosi in quella che verrà poi definita la “svolta di Salerno”.

Dalla guerra alla rivoluzione

L’Italia era entrata in guerra impreparata, economicamente e militarmente. Mussolini, impressionato dai successi tedeschi, coltivò l’idea di una guerra rapida a fianco della Germania sviluppando altresì una “guerra parallela” per obiettivi italiani. Con l’approfondirsi della disfatta militare, il malcontento cresceva sul fronte interno. Il razionamento dei beni di prima necessità ed il mercato nero comparvero sin dal ‘41. Dall’autunno ‘42 i bombardamenti alleati colpirono i principali centri industriali, terrorizzando la classe lavoratrice.

Con la crisi di regime maturavano anche gli intrighi di Casa Savoia, della casta militare, del Vaticano e della “fronda” fascista (Grandi, Ciano, Bottai) per scaricare Mussolini, denunciare l’alleanza con la Germania e firmare una pace separata con gli angloamericani. Sentendo di essere seduto su di un vulcano, il padronato cominciò a sbracciarsi a destra e a manca in iniziative “antifasciste”. Il direttore della Banca Commerciale, Mattioli, promosse un circolo che sosteneva i vecchi liberali ed in cui confluirono esponenti della neonata Democrazia Cristiana (Dc). Generali al centro degli intrighi per il coup d’Etat antimussoliniano ricevettero promesse di aiuti da parte industriale. Nessuno voleva che il capitalismo fosse travolto insieme al fascismo. Ma la talpa della rivoluzione lavorava. “La disciplina di guerra, i soprusi dei padroni, la presenza della milizia in molti reparti, le razioni insufficienti, i bombardamenti, le notizie dal fronte, acuiscono ogni ora di più uno stato d’animo che qualcuno non esita a definire prerivoluzionario2 annotava Lizzadri, dirigente socialista, dopo una riunione di partito nel febbraio ‘43. Gli scioperi del marzo aprirono il conto alla rovescia per il regime. 150mila operai scioperarono, si scontrarono con l’apparato repressivo fascista e vinsero per la prima volta dopo circa vent’anni. La debolezza dell’autorità statale diede più coraggio anche ai contadini, tra cui crebbe l’insubordinazione. L’opposizione cresceva nelle università. Il capo della milizia fascista Galbiati notò che nel 1943 era “crescente il numero degli studenti, in specie universitari, che non esitano a calpestare i più sacri sentimenti di patria3 e che proliferavano “sette rivoluzionarie”.

Da un lato, la classe operaia usciva rafforzata e fiduciosa dal primo scontro serio. Dall’altro, una parte decisiva del padronato cambiò linea rispetto al fascismo. Giovanni Agnelli, che fino al 1942 parlava ancora di vittoria militare finale, dopo gli scioperi del 1943 abbandonò il Duce, che ormai puzzava di cadavere, ed intensificò i contatti con gli angloamericani. Lo sbarco alleato in Sicilia il 10 luglio ed il bombardamento di Roma il 19 dello stesso mese resero la destituzione di Mussolini un’esigenza immediata.

Anche il Pci tentò di partecipare alle manovre per sbarazzarsi del Duce. In accordo col Centro Interno, due intellettuali, Geymonat e Marchesi, dichiarano la disponibilità dei vertici del Pci alla collaborazione coi monarchici. I due domandarono ai liberali Bonomi, Bergamini e Casati di essere posti in contatto con le gerarchie militari. Il Pci non avanzava alcuna pregiudiziale antimonarchica ma soltanto di essere incluso in un governo democratico, perfino con una partecipazione limitata ad un solo ministro.

Il 25 luglio ’43 la destituzione di Mussolini, sostituito dal maresciallo Badoglio, fu una “rivoluzione di palazzo” che puntava ad anticipare il movimento rivoluzionario delle masse. Il regime fascista cadde come un castello di carte. La continuità delle istituzioni borghesi fu assicurata dai capi militari. Il fascismo italiano, dopo essere stato l’araldo ed il modello della reazione, si rivelò uno degli anelli più deboli della catena capitalista. La sua caduta fu di avvertimento per la reazione come la sua ascesa lo era stata per la rivoluzione.

Il 26 luglio lo sciopero era generale in buona parte del centronord e le manifestazioni di gioia per la caduta del fascismo dilagarono nel Paese. Secondo la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza “Gli operai domandavano la costituzione immediata di consigli di fabbrica, il licenziamento immediato dei capi e degli operai squadristi, mentre facevano la loro comparsa emblemi sovversivi, bandiere rosse e simboli con la falce ed il martello”4. Ad inizio agosto lo stato d’assedio instaurato dal governo Badoglio con la famigerata circolare Roatta riportò l’ordine con decine di lavoratori uccisi nelle piazze. Spesso, però, l’esercito aveva rifiutato di sparare sugli operai. Mentre democratici come Salvemini, non comprendendo la logica della rivoluzione proletaria, si attendevano che gli Alleati distruggessero la macchina da guerra italiana, ai centri dell’amministrazione militare italiana venne concesso un respiro perché si potessero organizzare contro le masse insorte.

Il governo Badoglio continuò la guerra. La firma immediata di un armistizio avrebbe infatti rischiato di aprire un periodo di vuoto politico quando le truppe alleate erano solo in Sicilia. Non si sarebbe così aperta una breccia per il movimento operaio? Non era allora forse meglio l’occupante nazista che gli operai “rossi”? Per il delegato militare tedesco a Roma “solo il governo Badoglio può impedire la scivolata dell’Italia verso il comunismo5 e per questo lo si deve appoggiare. Badoglio ribadì al delegato tedesco: “Se questo governo cade, sarà sostituito da uno bolscevico. Questo non è né il nostro né il vostro interesse6 Lo stesso Churchill scrisse a Roosevelt che “non ho la minima paura d’avere l’aria di voler riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano gli uomini capaci di far fare agli italiani ciò che a noi serve per i nostri scopi di guerra: scopi che verrebbero certamente ostacolati dal caos, dalla bolscevizzazione o da una guerra civile”7 La paura della rivoluzione univa le borghesie al di là delle alleanze militari.

L’applicazione della linea unitaria escludeva qualsiasi azione di lotta contro il governo Badoglio che avrebbe reso più difficili i negoziati con gli Alleati. Sul terreno sindacale, il Pci concesse piena collaborazione al governo. Roveda scrisse al generale Ruggero una lettera in cui proponeva D’Aragona e lui stesso come commissari per la ricostruzione sindacale nell’esplicito scopo di riportare la calma nelle fabbriche. Il ministro del Lavoro, Piccardi, colse l’occasione e nominò il dirigente del Psi Bruno Buozzi, Roveda (Pci) e Quarello (Dc) alla testa dell’ex sindacato fascista dei lavoratori dell’industria come commissario e vicecommissari. A metà agosto i bombardamenti ripresero violentemente, soprattutto a Milano, epicentro degli scioperi di fine luglio, mentre la penisola veniva progressivamente occupata dall’esercito tedesco. I sindacati, costituiti per iniziativa dello Stato, mostrarono la loro natura durante l’ondata di scioperi del 17-20 agosto. Piccardi così ne parlò anni dopo: “toccò a me andare a Torino per cercare di farle cessare: collaborarono con me, in piena unità d’intenti, Bruno Buozzi e Giovanni Roveda8

Dopo la firma dell’armistizio, i vertici militari fecero tutto il possibile per evitare un’insurrezione. Se l’8 settembre non si sviluppò un’insurrezione generale, nondimeno lo Stato borghese si squagliò. Le baionette dei due eserciti occupanti divennero il principale pilastro dei capitalisti. Al Nord, la repubblichetta di Mussolini era una finzione per salvare la faccia al vecchio alleato caduto in disgrazia, a Brindisi, invece, nelle parole di Churchill "il re e Badoglio installarono un governo monco che, sotto lo sguardo attento di una commissione alleata, non possedeva gran autorità all’infuori dei palazzi dove si era stabilito"9.

La rinascita del movimento operaio

Il risveglio della gioventù e della classe operaia prese inizialmente la forma di miriadi di gruppi clandestini, spesso guidati da vecchi militanti comunisti o socialisti. La maggior parte di questi gruppi si richiamava al comunismo, senza però avere legami formali col Pci all’estero o col Centro Interno ricostituito da Massola soltanto nell’agosto 1941. In queste formazioni era assente la linea di unità nazionale. L’attività di questi gruppi prese slancio particolarmente dopo l’invasione nazista dell’Urss. Si moltiplicarono i volantini e le scritte murali a favore dell’Urss, di Lenin e di Stalin: era l’espressione dell’orientamento politico di gruppi che creavano spontaneamente dal basso una militanza dedita alla lotta per la rivoluzione ed al comunismo. È esemplare il gruppo genovese di Fillack e Buranello, entrambi studenti. L’organizzazione si dichiarò nel maggio 1942, senza aver preso contatti col Centro del Pci, comitato centrale del Pci per la Liguria. Al suo interno si discutevano il Manifesto di Marx ed Engels, l’ABC del Comunismo di Bukharin, testi di Stalin ma anche i libri sulla rivoluzione russa scritti da Trotskij. Bottai, gerarca responsabile della gioventù, confermò la spaccatura tra gioventù e regime commentando amaramente: “Dei giovani, qua e là, sono arrestati, imprigionati, confinati. Ma sono i “nostri giovani”, usciti dalle avanguardie, dai gruppi universitari, dai centri di formazione del partito10. A Roma la selezione del gruppo dirigente del Pci si fece scartando burocraticamente i vecchi compagni operai del gruppo Scintilla, nel partito dalla fondazione, e quelli raccolti attorno a Cerilo Spinelli, critico del patto Hitler-Stalin, per promuovere un gruppo di giovani intellettuali (Ingrao, Natoli, Lombardo Radice, Trombadori, Alicata) acquisiti alla politica di fronte popolare ed in contatto col centro di Parigi del Pci dal ’38, provenienti dai gruppi universitari fascisti o dagli ambienti dell’opposizione liberale.

La svolta dell’Urss verso le democrazie occidentali, rilanciata dopo il giugno 1941, data l’assenza di un’organizzazione del Pci in Italia, ebbe subito ripercussioni solo nell’esilio attraverso la ricerca di un accordo al vertice con le forze antifasciste disponibili. Nell’ottobre 1941 si tenne la riunione di Tolosa tra Pci, Psi e Giustizia e Libertà, di tendenza democratica. Nel contempo, Massola scriveva: “Deve essere chiaro che tale governo [un governo che si appoggia sulla volontà del popolo e sul carattere nuovo della Guerra, NdR] non sarà un governo socialista (ripetiamo che il nostro obiettivo immediato non è il socialismo) ma un governo democratico”11. Togliatti, da Mosca, indicò i compiti fondamentali per il partito: costruire un Fronte Nazionale esteso a tutte le forze d’opposizione, monarchici, cattolici e perfino fascisti dissidenti. Alla fine del 1942, però, il Fronte Nazionale restava soltanto un’etichetta, gli accordi al vertice stentavano infatti a tradursi nella realtà. Nel Pci questa politica provocava incomprensione e nella seconda metà del 1942 si delineò un fenomeno inquietante per il gruppo dirigente: l’opposizione interna si organizzava.

La forza di questo processo rivoluzionario risiedeva nella spontaneità e nella volontà di ispirarsi alla rivoluzione russa, orientamento che portava con sé il rifiuto di stringere alleanze con le forze politiche e sociali compromesse col fascismo, monarchia innanzitutto. La debolezza essenziale di questo risveglio delle masse stava nella confusione rispetto all’Urss ed a Stalin. Per la maggior parte di questi militanti Stalin era il capo della rivoluzione mondiale che sarebbe risultata dall’unione tra l’Armata Rossa e gli operai rivoluzionari italiani ed europei. Fino a quando l’unico avversario sembrò essere il fascismo questa confusione poté sembrare ininfluente. Diventò decisiva quando, davanti ai compiti della lotta rivoluzionaria, si sviluppò l’urto inevitabile tra i promotori della politica di unità nazionale ed i gruppi comunisti sorti nella lotta al fascismo.

Durante il ventennio fascista l’apparato clandestino del Pci si era mostrato più solido di quello socialista. Tuttavia, la repressione continua dell’Ovra e le crisi interne al partito ebbero effetti nefasti e dal 1934 il Centro Interno si sciolse. Allo scoppio della guerra il gruppo dirigente del Pci era in crisi politica e disperso geograficamente. Nel luglio ‘42 ricomparve l’Unità che in dicembre era un bimensile con 4mila copie di tiratura. Solo nell’agosto ’43 si formò una direzione interna composta da Scoccimarro, Longo, Secchia, Li Causi, Roasio, Massola, Roveda, Novella, Negarville e Amendola. Questi uomini, guidati da Secchia, formavano un gruppo acquisito alla politica di alleanza coi partiti democratico borghesi. Furono decisivi per inquadrare una serie di militanti usciti dal carcere dopo aver vissuto da lontano il passaggio dalla politica ultrasinistra del “socialfascismo” (primi anni ’30), violentemente antisocialista, a quella del fronte popolare. La presenza di Longo e di Roasio è rivelatrice. Entrambi si erano formati in Spagna nella caccia contro i militanti del Poum, i trotskisti, gli anarchici.

Pci e crisi rivoluzionaria al Sud

Dopo l’armistizio, la politica del Pci nei confronti di Badoglio si indurì. Tuttavia, le posizioni di fondo non si modificarono. Longo si preoccupava che toni accesi nei confronti del governo Badoglio inducessero i lavoratori a pensare ad una rivoluzione socialista. Scoccimarro replicò che una collaborazione col governo avrebbe portato alla rottura del Cln, date le difficoltà già esistenti di controllare il Psi ed il PdA. Da Radio-Milano-Libertà Togliatti appoggiò Longo esprimendosi per una linea di allargamento del governo all’antifascismo. La posizione di Scoccimarro non esprimeva una frazione “di sinistra” interna all’apparato. Scoccimarro credeva che il suo orientamento fosse più capace di resistere alle spinte classiste. Sia Longo che Scoccimarro credevano che “oggi i più grandi ostacoli ci vengono da sinistra”12 Anche l’analisi sullo stato del partito era identica: “Dissidentismo comunista. E’ un problema su cui richiamo la vostra attenzione. C’è del dissidentismo a Napoli (ma non ne abbiamo precise informazioni); c’è del dissidentismo a Roma, c’è a Milano e ci sarà senza dubbio altrove. C’è del dissidentismo anche dentro le nostre file. Queste tendenze si collegano ideologicamente al neo massimalismo che fiorisce nel PS. Queste varie e diverse correnti possono ad un certo momento tendere a coalizzarsi e trovare una base nella immaturità politica delle masse operaie italiane, specie tra i giovani13. La crisi al vertice che scosse il Pci discendeva dalle paure che suscitava la linea dettata da Mosca. Il fallimento dei negoziati portati avanti nel gennaio ‘44 tra Badoglio e i dirigenti del Pci, Reale e Spano, per entrare nel governo conferma che la posizione “dura” risentiva della volontà di evitare una crisi che avrebbe annientato l’autorità del gruppo dirigente togliattiano. La direzione nazionale al V congresso del Pci, dicembre ’45, ricordò così quel momento: “Molti fra i vecchi quadri respingevano decisamente la politica di unità nazionale e ponevano come compito fondamentale l’organizzazione di formazioni armate che scendessero in lotta per conseguire immediatamente obiettivi socialisti. […] A Catania per esempio, i compagni sostenevano che il nemico principale delle popolazioni liberate erano gli inglesi contro i quali bisognava rivolgere la nostra attività anche per impedire loro di proseguire vittoriosamente la guerra ed evitare che essi potessero arrivare in Germania prima dell’esercito rosso… Infatti, quando nel mese di novembre giunse in Sicilia, nelle Calabrie e nelle Puglie l’opuscolo del compagno Spano “I comunisti e l’unità nazionale contro l’invasore”, opuscolo nel quale era più particolareggiatamente trattata la linea del nostro partito, esso fu accolto da alcuni con scetticismo, da altri addirittura con indignazione. Molti dei vecchi compagni giudicavano essere questa linea un vero e proprio tradimento del comunismo" 14.

Quando il 1° ottobre i carri armati alleati entrarono a Napoli, la città si era già liberata da sola, prima in Europa ad insorgere vittoriosa contro il nazifascismo. Ciononostante, la città cadde sotto il comando degli Alleati e del governo Badoglio. La ricostituzione del Pci a Napoli si era realizzata attraverso la fusione di gruppi senza contatti col Centro. Alla sua testa si trovavano militanti che possedevano il minimo comun denominatore di aver avuto riserve e critiche sulla politica di Stalin (Mancini, Palermo, La Rocca). All’indomani della liberazione rientrò in città Reale a nome della direzione nazionale, scontrandosi immediatamente col Comitato Federale. Quando il 1° ottobre un migliaio di comunisti invase la prefettura gridando “Viva la Russia dei Soviet” e chiedendo la destituzione del prefetto Soprano, Reale deplorò l’azione assieme ai liberali. Sicuro di essere in minoranza, Reale preferì impedire alla maggioranza dei compagni la discussione. “La sede rimase chiusa per ben quattro giorni, e questo atto costituì il volontario, deliberato distacco del gruppetto Reale; essi arbitrariamente sottrassero alla massa dei comunisti napoletani il loro luogo di riunione"15. Così spiegarono la scissione gli oppositori di sinistra che si trasferirono in Piazza Montesanto. La scissione avvenne sulla democrazia interna ma la differenza era anche programmatica. La federazione di Montesanto si dichiarava per l’abbattimento della monarchia marciando su Brindisi, attraverso una mobilitazione indipendente dai partiti borghesi. L’opuscolo Ciò che ci divide, prodotto da Montesanto, chiariva ulteriormente le differenze con la politica nazionale del Pci: "Noi siamo per l’unità: non per quella fittizia e formale, ma per l’unità rivoluzionaria e marxista che nell’ora angosciosa e tremenda fa trovare spontaneamente i veri rivoluzionari sul terreno concreto della lotta"16 Nonostante lo slancio iniziale, l’isolamento nazionale ed internazionale unito a forti pressioni spinse gli oppositori a porre fine alla scissione e ad accettare la direzione di Reale.

Ad ogni grande crisi, ad ogni svolta storica, le masse contadine del Meridione hanno cercato di occupare le terre. Fu così nel 1860 e nel 1919. Fu così anche nel 1943-1944. Questi movimenti furono essenzialmente spontanei ed accompagnati da scontri coi proprietari terrieri e l’apparato repressivo dello Stato. Ovunque scoppiano rivolte e addirittura “repubbliche rosse” (Piana degli Albanesi, Maschito, Caulonia, S. Michele Salentino ecc.). I proprietari terrieri facevano appello agli Alleati per la difesa dei loro privilegi. Le truppe coloniali francesi, destinate al mantenimento dell’ordine in Calabria, fallirono. Cacciati il giorno, i contadini rioccupavano le terre la notte. Nonostante il potente paternalismo alleato, anche la classe operaia era in moto, soprattutto a Napoli, Bari, Taranto e nelle miniere di zolfo siciliane. L’epurazione, bloccata da Alleati e governo, spingeva gli operai all’azione perché, come sostenne un gruppo di militanti della Navalmeccanica di Napoli, “se l’epurazione deve assumere il ruolo di una farsa, noi la trasformeremo in una tragedia"17. Questa situazione venne analizzata da differenti federazioni del Pci (Catanzaro, Salerno, Messina, Foggia, Catania, Siracusa ecc.) come l’inizio del processo rivoluzionario aperto dalla sconfitta tedesca e dalla fine della guerra. La soluzione doveva giungere da un’alleanza tra operai e contadini. Un dirigente della federazione di Catanzaro scrisse: “Quando i Tedeschi saranno battuti, cioè fra qualche mese, voi, contadini, siate pronti per l’azione che vi deve rendere l’autentica giustizia: che la terra e il frutto del vostro sudore siano vostri"18. Secondo questi compagni la caduta del fascismo apriva una crisi storica, non soltanto di questa forma di dominazione di classe ma della borghesia in quanto classe dominante. Particolarmente fuori controllo era Salerno, dove la federazione e la Camera del Lavoro erano state ricostruite sotto la guida di due oppositori: Ceriello, bordighista, e Mannucci, oscillante tra trotskismo e bordighismo. La federazione pubblicò, senza autorizzazione alleata, il proprio giornale intitolandolo Il Soviet. Gli Alleati si affrettarono a sequestrare la stamperia, arrestare i tipografi e condannare ad un mese di prigione con la condizionale e a 25mila lire di multa Ceriello e Mannucci. Benché membri del Cln locale, i dirigenti salernitani non facevano mistero delle loro convinzioni, scrivendo sul giornale del Cln provinciale: “L’azione del partito comunista non ha per fine un’affermazione platonica dei principi socialisti, ma mira unicamente all’obiettivo, che è la fine e l’inizio del suo programma, di conquistare il potere o in maniera esclusiva o attraverso l’eliminazione di tutte le altre correnti politiche che tendono ad ottenere le simpatie del proletariato” e l’integrità rivoluzionaria che ha mantenuto “consiste nella necessità proclamata e non rinviabile di prendere prima il potere politico per realizzare in seguito, attraverso la dittatura del proletariato, le sue finalità economico-sociali19. Queste posizioni erano analoghe a quelle espresse al congresso delle federazioni della Sicilia orientale (Catania, Siracusa, Ragusa, Messina), convinte di avere la stessa posizione dei dirigenti nazionali. Lo stupore dovette essere enorme quando alla conferenza meridionale del Pci del 26-27 gennaio ‘44 i delegati intesero dal relatore che “se noi volessimo oggi fare la rivoluzione, faremmo un favore a Hitler"20.

Dall’inizio del 1944 si intensificarono le manovre burocratiche (riunioni segrete, calunnie, scioglimento di organismi democraticamente eletti, nomine dall’alto), organizzate da Spano, per mettere al passo le federazioni ribelli ed impedire un loro coordinamento, soprattutto una saldatura con gli oppositori di Napoli. La lotta contro gli oppositori a Napoli, Salerno, Cosenza e Catanzaro fu portata avanti frontalmente, utilizzando la repressione assieme all’offerta di posti ministeriali per i più malleabili (Palermo divenne sottosegretario alla guerra). In Sicilia, invece, data l’assenza delle correnti comuniste antistaliniste, il Centro meridionale preferì agire con prudenza, tenendo il Pci siciliano fondamentalmente isolato dalla discussione nazionale. Ovunque ebbe un ruolo centrale l’appoggio dell’Urss a Togliatti.

Comunisti che si opposero a Togliatti

L’espressione “nuovo partito comunista”, martellata da Togliatti e dai suoi, non era retorica. “Nuovo” perché nasceva, se non contro il “vecchio”, quello di Bordiga e Gramsci, certo contro ciò che di esso restava, contro la sua tradizione rivoluzionaria.

Nel 1926 la vittoria del fascismo aveva congelato la storia comunista in Italia contemporaneamente all’azione delle masse. Quella storia fu sospesa quando l’Internazionale comunista non era più quella di Lenin ma non era ancora diventata quella di Stalin, presentando ancora tracce positive - e non solo cicatrici - di nome Bukharin e Zinoviev, con Trotsky non ancora completamente al bando. I militanti restati in Italia, con sacrifici e sofferenze, non erano stalinisti. Non avevano conosciuto nulla del ruolo controrivoluzionario dello stalinismo a livello internazionale.

Una congiunzione tra i settori rivoluzionari all’interno del Pci ed i gruppi di oppositori più consistenti (Bandiera Rossa a Roma, Stella Rossa a Torino, la Frazione di sinistra nel Sud, Il Lavoratore ed il Fronte Proletario Rivoluzionario a Milano) fu l’incubo del gruppo dirigente. Tanto più che le rispettive posizioni avevano molto in comune. Come Stella Rossa insisteva sul fatto che gli obiettivi degli Alleati non erano cambiati dopo il giugno ’41, “la loro guerra è una guerra imperialista-democratica”, così molti militanti del Pci dicevano a voce alta che la guerra degli angloamericani non era la loro. Il Cln era considerato da Stella Rossa una maschera della borghesia con l’obiettivo che “i lavoratori abbandonino il terreno della lotta di classe e versino il loro sangue per instaurare un regime democratico nel quale lo sfruttamento capitalista della massa lavoratrice continuerebbe quasi senza problema"30; in quello stesso periodo un rapporto sul Pci genovese segnalava che molti compagni criticavano la partecipazione al Cln come “abbandono dei nostri principi"31. Anche sulla fraternizzazione coi proletari in divisa tedeschi, l’internazionalismo degli oppositori è, ad esempio, della stessa natura di una lettera di protesta di militanti del Pci di Roma: “Perché si parla così spesso di tedeschi e non di borghesia tedesca”?”, rendendo più difficile “giustificare domani l’unità del proletariato italiano e tedesco per la distruzione delle loro rispettive borghesie32, o dell’atteggiamento di tante brigate partigiane comuniste.

La debolezza politica principale di questi gruppi era che, contrari alla politica di unità nazionale, Stalin era ai loro occhi l’incarnazione del difensore dei popoli oppressi. Quando dubbi c’erano non venivano espressi pubblicamente per paura di essere sottoposti ad una pressione maggiore da parte del Pci e di isolarsi dalla classe operaia. Nessuno di questi gruppi comprese il nesso tra la politica estera dell’Urss e la linea del Pci. Credere che Togliatti stesse tradendo le direttive di Stalin creò un enorme sbandamento quando apparve chiaro che era proprio “Ercoli” la voce di Mosca.

Il recupero del Pci fu pertanto rapido. Se durante la clandestinità a Roma Bandiera Rossa ed il Pci avevano un peso simile, già nell’autunno del ’44 Bandiera Rossa stagnava attorno ai 5mila in tutto il Lazio mentre il Pci raggiungeva già i 40mila nella sola provincia. A Torino, ancora sotto il dominio nazista, il Pci contava nell’autunno 10mila iscritti quando Stella Rossa, fino alla primavera più radicata, s’aggirava attorno ai 2mila. Con la liberazione del Nord lo sviluppo del Pci s’accelerò esponenzialmente. I dirigenti del Pci, ben conoscendo le aspirazioni rivoluzionarie della propria base, temevano che dei rivoluzionari svolgessero un lavoro di frazione nel partito. Ecco perché Secchia rifiutò la riammissione nel partito milanese a Repossi e Fortichiari, eletti nel Comitato Esecutivo del Pci al congresso di Livorno del 1921 e legati a Il Lavoratore, per paura che difendessero “le loro idee all’interno, ed è un fatto che all’esterno del partito sono impotenti33. La richiesta di democrazia interna nel Pci era tacciata invariabilmente di “trotskismo”.

Caso particolare è la Frazione di sinistra dei comunisti e dei socialisti italiani. L’attacco alla Cgl di Napoli coincise con quello al gruppo dei comunisti che la dirigeva. Dall’aprile ‘44 l’Unità riportava valanghe di espulsioni. Questo attacco portò alla fondazione della Frazione di sinistra per opera di Pistone, divenuto trotskista a Parigi negli anni ’30, Russo e Villone assieme ad un gruppo di quadri bordighisti. Bordiga, nonostante le pressioni enormi che ricevette, non si mosse. Il fondatore del Pci negava la ripresa rivoluzionaria della classe operaia. Nata a Salerno e a Napoli, la Frazione si diramò in tutto il Sud, raggiungendo probabilmente la cifra di 10mila militanti nell’estate ’44, di cui un migliaio a Napoli. Vi partecipavano militanti del Pci, invitati a restare nel partito, ed espulsi vecchi e nuovi. La forza della Frazione derivava principalmente dalle posizioni conquistate nella Cgl, vero ponte verso le masse fatto saltare da Togliatti.

I limiti politici della Frazione furono tuttavia fatali. Il rifiuto della tattica del fronte unico, un’impostazione settaria che negava l’utilità di parole d’ordine transitorie, come il controllo operaio, la terra ai contadini e la confisca dei beni della famiglia reale, e democratiche, come l’abbattimento della monarchia e la libertà di riunione, di stampa e di sciopero continuamente violate dagli Alleati, in grado di mobilitare le masse sulla via rivoluzionaria e infine la decisione di uscire prematuramente dal Pci nel luglio ’45, furono gli errori di settarismo che compromisero definitivamente il lavoro politico della Frazione.

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postato da Guendy89 alle ore 21:29
sabato, 25 marzo 2006

Ultimamente sento spesso dire da molti ragazzi comunisti che, il motivo per cui seguono la sinistra è perché vogliono portare avanti gli ideali comunisti e pacifisti del Che…beh, certamente senza informarsi più di tanto su chi fosse e cosa è stato capace di fare realmente il loro maestro…vediamo se posso dargli una mano!

  Il pensiero del Che, una volta compiuta la rivoluzione cubana, astutamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l'imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della “guerra rivoluzionaria”. Mi spiace evidenziarlo ma il Che non ha mai scritto poesie o canzoni anzi… si è trattenuto soprattutto sulle tecniche guerrigliere e sulle motivazioni che spingono un uomo a trasformarsi in un soldato e a combattere. La “teoria del foco”, cioè del focolaio guerrigliero, a suo tempo fece discutere e ricevette numerose critiche ma anche altrettante adesioni. Almeno due generazioni di latino-americani hanno sentito come supremo dovere non quello di girare il continente in motocicletta, ma quello di dare inizio ad una lotta armata che si trasformasse in una guerra di liberazione. E molti di questi sono morti dopo aver imbracciato il fucile.

Il Che lavora con strategia rivolta non solo al presente ma al futuro Stato ditattoriale. Nel corso dei due anni passati come responsabile della Seguridad del Estado, avendo come collaboratore Osvaldo Sanchez che era esperto principale comunista, si materializza la persecuzione contro la Chiesa. Pascal Fontanie, nel suo libro “America Latina alla prova”, calcola che 131 sacerdoti hanno perso la vita fino al 1961 nel periodo in cui Guevara era artefice massimo del sistema segregazionista dell'isola. Viene definito “il macellaio del carcere - mattatoio di La Cabana”. Si oppone con forza alla proposta di sospendere le fucilazioni dei “criminali di guerra”. Più che da Danton discende dall'incorruttibile, l' “incorruttibile” Robespierre. Quando ai primi del 1960 a lui viene assegnata la carica di Presidente del Banco Nacional, Fidel lo ringrazia con calore per la sua opera repressiva. Egli ne generalizza ancor più i metodi per cui ai propri nuovi collaboratori, per ogni minima mancanza, minaccia “una vacanza nei campi di lavoro di Guanahacabibes”. Il medico argentino, il più coerente leninista dell'America Latina, il meno reticente delle proprie idee e propositi pratici, è l'autentico motore di una ideologia totalitaria e di una macchina penitenziaria statale. La sua azione, esplicitamente ispirata ad una concezione repressiva, personifica, come egli scrisse: “l'odio distruttivo che fa dell'uomo un'efficace, violenta, selettiva, fredda macchina per uccidere”.

Gli attuali seguaci di Che Guevara, i suoi nuovi ammiratori post-comunisti, si autoingannano aggrappandosi ad una “leggenda” (eccezion fatta per i giovani argentini, che hanno coniato l’espressione: «Tengo una remera del Che y no sé por qué», «Ho una maglietta del Che e non so perché»).

 

 

 

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postato da Guendy89 alle ore 17:15
giovedì, 23 marzo 2006

“Nessuno che sia un vero italiano, qualunque sia la sua fede politica, disperi nell'avvenire. Le risorse del nostro popolo sono immense. Se saprà trovare un punto di saldatura, recupererà la sua forza prima ancora di qualche vincitore. Per questo punto di fusione io darei la vita anche ora, spontaneamente, qualunque sia purchè improntato a vero spirito italiano. Dopo la sconfitta io sarò coperto furiosamente di sputi, ma poi verranno a mondarmi di venerazione. Allora sorriderò, perchè il mio popolo sarà in pace con se stesso.

Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo. La gente del lavoro è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla. I quali falsi profeti hanno buon gioco per l'insensibilità di chi avrebbe il sacrosanto dovere di provvedere. Per questo sono stato e sono socialista. L'accusa di incoerenza non ha fondamento. La mia condotta è sempre stata rettilinea nel senso di guardare alla sostanza delle cose e non alla forma. Mi sono adattato socialisticamente alla realtà. Man mano che l'evoluzione della società smentiva molte delle profezie di Marx, il vero socialismo ripiegava dal possibile al probabile. L'unico socialismo attuabile socialisticamente è il corporativismo, punto di confluenza, di equilibrio e di giustizia degli interessi rispetto all'interesse collettivo.

La politica è un'arte difficilissima tra le difficili perchè lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è una entità assai difficile da definirsi, perchè è mutevole. Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non ci sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il fascismo ha avuto più morti dei suoi avversari e il 25 luglio al confino non c'erano più di trenta persone.

Quando si scrive che noi siamo la guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. Tra le cause principali del tracollo del fascismo io pongo la lotta sorda ed implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nal loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. Devo dire per ragioni di giustizia che il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro. L'umile gente del lavoro mi ha sempre amato e mi ama ancora.

Tutti i dittatori hanno sempre fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo: tremila morti contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli strumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di avere fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli? Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto. La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera.

Vent'anni di fascismo nessuno potrà cancellarli dalla storia d'Italia. Non ho nessuna illusione sul mio destino. Non mi processeranno, perchè sanno che da accusato diverrei pubblico accusatore. Probabilmente mi uccideranno e poi diranno che mi sono suicidato, vinto dai rimorsi. Chi teme la morte non è mai vissuto, ed io sono vissuto anche troppo. La vita non è che un tratto di congiunzione tra due eternità: il passato ed il futuro. Finchè la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perchè ho fatto quello che il destino mi dettò.

Non è la fede che arriva nell'ora del crepuscolo quella che mi sostiene, è la fede della mia infanzia e della mia vita che mi impone di dover credere, anche quando avrei diritto di dubitare. Non so se questi miei appunti saranno mai letti dal popolo italiano; vorrei che fosse così, per dargli la possibilità di raccogliere in confessione di fede il mio ultimo pensiero. Non so nemmeno se gli uomini mi concederanno il tempo sufficiente per scriverli. Ventidue anni di governo non mi rendono probabilmente degno, a giudizio umano, di vivere altre ventiquattro ore.
Ho creduto nella vittoria delle nostre armi, come credo in Dio, Nostro Signore, ma più ancora credo nell'Eterno, adesso che la sconfitta ha costituito il banco di prova sul quale dovranno venire mostrate al mondo intero la forza e la grandezza dei nostri cuori. E' ormai un fatto che la guerra è perduta, ma è anche certo che non si è vinti finchè non ci si dichiari vinti. Questo dovranno ricordare gli Italiani, se, sotto la dominazione straniera, arriveranno a sentire l'insoffocabile risveglio della loro coscienza e dei loro spiriti.


Oggi io perdono a quanti non mi perdonano e mi condannano condannando se stessi. Penso a coloro ai quali sarà negato per anni di amare e soffrire per la patria e vorrei che essi si sentissero non solo testimoni di una disfatta, ma anche alfieri della rivincita. All'odio smisurato ed alle vendette subentrerà il tempo della ragione. Così riacquistato il senso della dignità e dell'onore, son certo che gli italiani di domani sapranno serenamente valutare i coefficienti della tragica ora che vivo. Se questo è dunque l'ultimo giorno della mia esistenza, intendo che anche a chi mi ha abbandonato e a chi mi ha tradito, vada il mio perdono, come allora perdonai al Savoia la sua debolezza.

I fascisti che rimarranno fedeli ai principii dovranno essere cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare nel più breve tempo possibile le ferite della patria. Chi agisce diversamente dimostrerebbe di ritenere la patria non più patria quando si è chiamati a servirla dal basso. I fascisti, insomma, dovranno agire per sentimento, non per risentimento. Dal loro contegno dipenderà una più sollecita revisione storica del fascismo, perchè adesso è notte, ma poi verrà giorno.”

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postato da Guendy89 alle ore 19:52
venerdì, 10 marzo 2006

  1. I comunisti aiutano i lavoratori..... a non lavorare e a procurare l'arresto della crescita economica
  2. I comunisti si oppongono alla pena di morte..... e sostengono gli assassini cinesi, coreani e cubani (non esiste la pena di morte lì, vero?)
  3. I comunisti propongono la droga libera..... come se non fossero già fuori di testa
  4. I comunisti difendono i deboli..... lasciando l'impegno per la loro difesa alle associazioni cattoliche
  5. I comunisti difendono i criminali..... perchè lo sono essi stessi
  6. I comunisti proteggono le procure..... perchè queste li sostengono
  7. I comunisti attaccano la Chiesa..... perchè è infinitamente + giusta e benevola di loro
  8. I comunisti cercano di sopravvivere..... perchè per loro il potere è il pane quotidiano
  9. I comunisti sostengono la bandiera rossa..... non sapendo che quella bandiera è sinonimo di disastro completo.
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postato da Guendy89 alle ore 22:38
mercoledì, 08 marzo 2006

Finalmente...grande Berlusca!Hai fatto bene a rinunciare alla conferenza!Ti stimo...i cittadini hanno assolumente bisogno di questo faccia a faccia! 
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postato da Guendy89 alle ore 19:25
martedì, 07 marzo 2006

BEL PAESE CHE SIAMO SE CI SONO PERSONE CHE COMPIONO ANCORA CERTI ATTI...

...TOMMASO DEVE ESSERE LIBERERATO!

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postato da Guendy89 alle ore 17:07
domenica, 05 marzo 2006

PERCHE’ DOBBIAMO RICONFERMARE L'ATTUALE MAGGIORANZA:

1 – Record di durata del Governo (intera legislatura!), durata che è la condizione necessaria per le grandi riforme indispensabili a rimodernare l’ Italia, dopo mezzo secolo di “navigazione a vista”.
2 – Maggioranza sempre compatta in Parlamento, pur nella normale dialettica democratica tra i membri della coalizione.
3 – Mai come oggi è stato alto nel mondo il prestigio dell’ Italia, grazie soprattutto all’ instancabile attività del presidente Berlusconi e del ministro degli esteri Fini, e grazie all’ impegno umanitario dei nostri soldati in tutto il mondo. Tra i successi, rivestono eccezionale portata storica mondiale: la fine ufficiale della “guerra fredda”, con la stretta di mano tra Bush e Putin a Pratica di Mare; la convocazione ad Erice della Conferenza di pace tra Israele e Palestina.
4 – Attuazione del programma e del contratto, che l’ elettorato ha già approvato nel 2001 . Tra le 30 riforme attuate, particolarmente notevoli:
A – Riforma del codice della strada, e riduzione del 20% degli incidenti mortali: una sola vita umana salvata vale più di tutte le chiacchiere che la sinistra fa in tutti i campi!
B – Il diritto di voto per gli Italiani all’ estero (che eleggeranno ben 18 parlamentari!).
C – La riforma del mercato del lavoro ha abbassato la disoccupazione italiana al 7% (record in tutta l’ Europa), ed il 70% dei nuovi occupati hanno il contratto definitivo; i rimanenti lo otterranno via via, in base all’ efficienza e non più per raccomandazione politico-sindacale.
D – Abolizione delle tasse di successione e di donazione.
E – Aumento delle pensioni minime da (£ 600000 =) € 310 a € 552.
F – Esenzione totale dall’ IRPEF delle fasce più deboli (con il governo precedente, gli esenti dall’ IRPEF erano 2 milioni di cittadini; oggi sono 12 milioni e mezzo); riduzione dell’ IRPEF per i redditi medi.
G – Abolizione del servizio militare di leva.
H – Cantierizzazione delle “grandi opere” di adeguamento dell’ Italia agli standard di sviluppo delle comunicazioni interne ed internazionali.
I – Riforma del reclutamento degli insegnanti, dalle materne all’ università (studi didattici specifici e rigorosi, assunzioni e carriere solo per merito).
L – Idem per l’ ordinamento giudiziario (attualmente, i magistrati fanno carriera per semplice anzianità), e inoltre il divieto di schierarsi politicamente. Tutto ciò, tra l’ altro, contribuirà a rendere più efficiente e meno lenta la macchina giudiziaria.
M – Riforma del sistema pensionistico, che sta appianando la cronica voragine nei conti dell’ INPS, garantendo con ciò la futura corresponsione delle pensioni anche alle nuove generazioni.
N – Riforme della legge elettorale e della Costituzione, che renderanno il sistema legislativo ed esecutivo più agili, più stabili e meno dispendiosi.
5 – I punti da H a N (per la loro stessa natura) stanno avendo effetti graduali, ed avranno pieni e più visibili effetti nei prossimi anni: dunque, a maggior ragione è necessario confermare la maggioranza che ha il merito e la volontà politica di averne posto le basi ed i fattivi avvii.
6 – Ultimo ma non il meno importante. Questa maggioranza ha garantito la più ampia libertà di critiche e di contributi, sia all’ opposizione, sia ai propri sostenitori che ne abbiano la volontà, e non siano animati da sterile qualunquismo o da spirito assenteistico: libertà che è la condizione necessaria per denunciare i difetti e le storture e proporre miglioramenti dall’ interno, senza consegnare l’ Italia allo statalismo, al conservatorismo, alla grettezza culturale e politica (consegna che avverrebbe sia votando per la sinistra, sia astenendosi dal
voto).

...E chi più ne ha più ne metta!

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postato da Guendy89 alle ore 18:32
giovedì, 02 marzo 2006

PERCHE’ NON DOBBIAMO DARE IL GOVERNO ALLA SINISTRA.
1 – Perché nel centro-sinistra domina la senilità (sia dei dirigenti, sia della massa dei sostenitori), non solo anagrafica, ma, inevitabilmente, nella visione della realtà: sono ripiegati sul passato, incapaci di guardare all’ oggi e spaventati del domani.
2 – Perché la sconsiderata politica energetica della sinistra (esclusione delle centrali nucleari, pur in mancanza nel territorio italiano di altre fonti energetiche) mette in ginocchio la nostra economia ad ogni aumento del prezzo del petrolio .
3 – Perché il candidato premier Prodi si è già dimostrato non più che un mediocre burocrate, sia come presidente dell’ IRI, sia come presidente del Consiglio, sia come commissario europeo, ed offre di giorno in giorno segnali sempre più evidenti di confusione (NB: la castroneria più grave è stata forse l’ avere accettato frettolosamente, per la fregola di “passare alla storia”, il cambio disastroso € 1 = £ (quasi) 2000, lavandosi le mani per l’ inevitabile raddoppio dei prezzi al consumo; e nel contempo l’ avere dissanguato l’ Italia con l’ “Eurotax”).
4 – Perché nell’ ammucchiata di centro-sinistra molti punti qualificanti (specie in politica estera ed in quella socio-economica) sono non solo diversi, ma escludentisi a vicenda. Tale maggioranza si sfascerebbe subito; si tornerebbe alle continue crisi di Governo ed agli scioglimenti anticipati del Parlamento: sprechi enormi, pernicioso stallo di ogni sviluppo, appannamento del prestigio internazionale (ammesso pure che un governo di centro-sinistra, ancorché stabile, fosse capace di promuovere un qualsiasi sviluppo ed un qualsiasi prestigio internazionale.

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